Lettere
al Direttore: scrivi a webmaster@mi-lorenteggio.com
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Egregio Direttore,
sono un semplice cittadino e desidero citare
alcuni fatti che ho visto e sentito riguardo
l’assunzione di psicofarmaci.
Due mie colleghe di lavoro che avendo avuto
dei problemi tipo ansie, depressioni, cose che
possono colpire un po’ tutti, gli erano
stati prescritti degli psicofarmaci che, detto
poi da loro, gli avevano creato più problemi,
come sentirsi “intontite” e “drogate”
e nessuna soluzione ai loro stati psicologici.
Nella mia zona, in alcune case di riposo, ho
visto personalmente molti anziani dallo
sguardo assente e movimenti simili a robot,
cui vengono somministrati giornalmente dosi di
psicofarmaci; tra l’altro basta leggere
sulle istruzioni d’uso gli effetti
collaterali e ci si rende conto di cosa si ha
tra le mani.
E cosa ancora più vergognosa, ho sentito
recentemente la notizia dell'autorizzazione
alla prescrizione di psicofarmaci devastanti,
tipo Prozac a bambini fin dagli 8 anni di età!
Ma da che mondo è mondo le persone hanno
sempre vissuto momenti di frustrazione più o
meno intensa, o momenti difficli ma non per
questo si risolvevano con le pillole.
Ora io mi chiedo ma è mai possibile che
adesso le emozioni del vivere la psichiatria
le ha ridefinite come malattie mentali a tutti
gli stadi di età? Mi sembra molto stupido
ridurre gli stati d'animo a malattie, è come
se si voglia creare l'idea di un mondo malato
e fornire le pastiglie per curarlo, ma con le
"pastiglie" non si va lontani, anzi
forse è meglio restare un po' svegli e
rendersi conto di ciò che sta accadendo per
affrontarlo meglio. La cosa che mi preoccupa
è vedere che vengono colpiti anche anziani e
bambini che spetta a noi difendere, magari
anche con un po' d'aiuto da parte delle
istituzioni.
Franco Veronese
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Perché voterò NO al
referendum del 25-26 giugno
DOMENICA 18/06/2006 - Il referendum che deciderà il destino delle
riforme alla costituzione voluta dal passato
Governo è passato erroneamente alla storia
come “il referendum della Devolution”. In
realtà non si tratta solo di questo. Infatti
vengono stravolte le figure di Primo Ministro
e di Presidente della Repubblica e vengono
cambiati i criteri di nomina di Consiglio
Superiore della Magistratura e della Corte
Costituzionale.
In caso di vittoria del “Sì”, oltre
all’unità del Paese, si screditerebbe
fortemente il principio di divisione dei
poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario)
che, a partire da Montesquieu, è stato
considerato quale elemento essenziale per il
corretto funzionamento dello Stato Moderno.
Infatti la figura del Primo Ministro,
ritagliata sulle fattezze del Cavaliere, si
troverebbe a gestire una mole di poteri che
non ha eguali nella storia repubblicana. Al
“Premier” competerebbero nomina e revoca i
ministri; delineamento (prima
“coordinamento” – anche le parole, in
una costituzione, hanno una loro intrinseca
importanza) delle linee guida del
governo e l’eventuale decisione di
sciogliere le Camere. Inoltre, al momento
dell’insediamento, che diventerebbe
automatico in seguito alla vittoria delle
elezioni, non avrebbe più bisogno di ottenere
la fiducia. I fautori della riforma hanno
obbiettato che, di fatto, anche in altri e
progrediti Paesi il Primo Ministro vanta
simili poteri. Non è che un quarto di verità.
Ovunque esistono barriere ben definite che
delimitano l’azione del capo del Governo. Ad
esempio attraverso le cosiddette cariche di
garanzia. Su tutte è emblematico il caso del
Presidente della Repubblica. Questi
diventerebbe uno spettatore con “obbligo di
firma” di fronte all’azione
dell’esecutivo e la Sua figura rientrerebbe
nell’alveo della mera rappresentanza. Fino
ad oggi (come descritto in tabella), il Capo
dello Stato non ha assolto solo a queste
funzioni. Questa differenza forse non è
chiara se in mente scorrono le immagini del
Pres. Ciampi durante i Suoi viaggi. Ma verrà
sicuramente ravvivata dalle volitive prese di
posizione dei Suoi due predecessori, Cossiga e
Scalfaro. Quindi, in sintesi, è evidente
come, negli intenti della Riforma, buona parte
dei poteri del Presidente della Repubblica
venga traslato al “Premier”.
Tornando allo “smacco” perpetrato ai danni
di Montesquieu, è interessante notare come
aumenti il peso della politica nelle nomine
del CSM e della Corte Costituzionale. Nel
primo caso viene meno l’obbligo dei
consiglieri di vantare competenze nel settore
del diritto, nel secondo aumenta il numero di
giudici eletti dal Parlamento. È da sempre
argomento di discussione e priorità assoluta
svincolare la magistratura dalla politica –
tanto che anche sull’attuale assetto ci
sarebbe qualcosa da ridire – ma la riforma
va proprio in senso opposto.
Capitolo a parte, la Devolution. Il Senato
diventerebbe federale e alle Regioni
competerebbe legislazione esclusiva su
assistenza e organizz. sanitaria,
organizzazione scolastica, polizia
amministrativa regionale e locale. Oltre ad
aggravare le già esistenti disuguaglianze, in
alcune regioni sarebbe a rischio
l’erogazione di servizi essenziali, facendo
venir meno, e qui forse è l’assurdo
giuridico, diritti garantiti dall’attuale
carta costituzionale.
Non sono assolutamente chiare, inoltre, le
modalità d’azione del Senato federale. La
riforma lascia spazio a differenti spunti
interpretativi e si teme che una sua
attuazione condurrebbe al continuo ricorso
alla Corte Costituzionale e Commissioni varie.
Il che complicherebbe enormemente il già
travagliato iter burocratico.
L’idea di federalismo mi ha sempre
affascinato, ma ricordo che questo può
diventare sinonimo di efficienza solo se serve
a snellire la macchina amministrativa e se
viene interessato l’ambito fiscale.
Con la riforma della CdL tutto ciò non
avviene.
Voglio precisare un’ultima questione: nella
Sinistra italiana esistono più anime. E
questo lo sappiamo. Sottolineo però come,
accanto a spinte retrograde e integraliste che
sono sempre contrarie ai cambiamenti, alle
opere pubbliche e a nuove idee perché avverse
a paradigmi o idola di più di duecento anni;
esistono anche tendenze riformatrici
(preferisco la parola “progressiste”) che
guardano avanti con interesse. Mi sento più
vicino a queste seconde. E, pur rendendomi
conto che anche nella “Santa” Costituzione
Italiana ci sono aspetti da cambiare perché
trattasi di un testo ben scritto ma
sessantenne, non sottoscrivo le modifiche
proposte dalla Destra per i motivi sopra
elencati.
Simone Negri
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